| Massimo Taparelli d'Azeglio (Torino, 1798-1866) |
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Letterato, saggista, figura di spicco nello scenario politico del Risorgimento, attivo come pittore fin dalla giovinezza e, pur essendo nobile, considera per tutta la vita la pittura come la propria principale attività lavorativa. Dopo un primo soggiorno a Roma con il padre nel 1814, durante il quale inizia a dipingere presso la scuola del paesaggista napoletano Ciccio De Capo, torna a Roma nel 1818 per rimanervi fino al 1828. Diventa allievo di Martino Verstappen, paesaggista di Anversa, conosce l'opera di Giambattista Bassi, Jakob Philipp Hackert, Pierre-Athanase Chauvin, e dipinge intensamente dal vero sia nella campagna romana, sia saltuariamente a Napoli, mantenendo contatti con l'ambiente artistico piemontese. Sono di questi anni numerosi paesaggi, talvolta animati da episodi popolareschi o di brigantaggio che risentono dell'opera di Pinelli. Nel 1825 d'Azeglio dipinge a Roma le due opere che segnano la svolta fondamentale nella sua vita di pittore; "Il Passo delle Termopili" e "La morte del conte Josselin de Montmorency" (entrambe inviate quello stesso anno a Torino per esservi esposte) fondono felicemente il tema della morte eroica, di ascendenza alfieriana, con il paesaggio classico; la seconda, in particolare, propone un soggetto romanzesco di ambientazione medioevale e diventa così un manifesto della pittura romantica. Nel 1827 d'Azeglio soggiorna a Napoli dove conosce la produzione di Pitloo. Nel 1828 l'artista vive una profonda crisi psicologica e fisica; torna a Torino, e nel corso di gite in Valle di Susa riscopre la Sacra di San Michele, cui dedica un album di ricostruzione storica illustrato da litografie che fondono la lezione di Giuseppe Pietro Bagetti e Giovanni Battista De Gubernatis con un'attenta osservazione del vero. Dal 1831 vive a Milano, frequenta la casa di Alessandro Manzoni di cui sposa la figlia Giulia; pubblica i due romanzi storici Ettore Fieramosca e Nicolò de' Lapi; espone a Brera e riscuote grande successo di pubblico. Opere emblematiche di questa fase sono "La vendetta" e "Il carroccio". Dal 1845 avvia una intensa attività politica che rallenta quella artistica, ripresa poi con vigore dopo il 1852. Nella sua opera la critica ha individuato un momento giovanile (fino al 1828 c.) legato alla cultura dell'ambiente romano e ai pittori piemontesi Bagetti e De Gubernatis. Tra il 1823 e il 1825 si hanno i primi due esempi di fusione del paesaggio classico con temi storici o romanzeschi, "invenzione" di schietta impronta romantica e di grande successo e seguito, che d'Azeglio mette poi a frutto negli anni milanesi con infinite varianti. Il riallestimento della Galleria d'Arte Moderna di Torino (1993), che conserva un vastissimo numero di opere del d'Azeglio, compresi i taccuini di schizzi, ha permesso di riesaminarne globalmente l'opera fino agli anni quaranta, puntualizzando alcune date importanti. La produzione degli ultimi anni è ancora in attesa di una sistemazione critica. [g.c.] |